Intervista a Luciano Vasapollo
“In Venezuela il trionfo del Si ha sconfitto
la destra aggressiva”
L’economista italiano Luciano Vasapollo,
professore dell'Università degli Studi di Roma
La Sapienza
e membro del Coordinamento Nazionale della Rete dei
Comunisti è stato nel nostro paese come osservatore
internazionale durante le elezioni del 15 Febbraio.
‘Tribuna Popular’ e ‘Debate Abierto’ lo hanno
intervistato in esclusiva sui risultati elettorali e
sulle prossime tappe dopo la vittoria dl Si.
Caracas, febbraio 2009. Redazione TP/FDA.
Modaira Rubio:
¿Quale è il tuo punto di vista sulle elezioni nel tuo
ruolo di osservatore internazionale?
Luciano Vasapollo:
Come osservatore internazionale occorre mantenere una
certa imparzialità politica e questo ruolo l’ho
mantenuto fino alla fine del processo elettorale. Così
come ha segnalato il documento finale di tutta la
delegazione degli osservatori, le elezioni del 15
febbraio hanno riaffermato la capacità del Consiglio
Nazionale Elettorale venezuelano di garantire elezioni
corrette, tranquille e trasparenti. L’elevato livello di
automatizzazione ha permesso una rapidità dei risultati
e l’emissione di un primo bollettino. Sono stato qui già
a novembre, e ci sono garanzie di un processo elettorale
perfetto, senza errori, il che non deriva solo da una
buona gestione tecnologica ma soprattutto dall’esistenza
in Venezuela di una vera democrazia. Penso che oggi si
possa parlare di una grande differenza tra la democrazia
rappresentativa che esiste in Europa, costituita su
partiti che non rappresentano i veri interessi delle
classi popolari, e la democrazia popolare e
rappresentativa che esiste a Cuba, in Venezuela e
Bolivia, che permette votazioni trasparenti, limpide, e
che oltretutto è in via di continuo perfezionamento.
MR: E come
dirigente della sinistra, come dirigente comunista, che
idea ti sei fatto?
LV: Ora ti
parlo non solo come professore universitario, ma come
membro del Coordinamento Nazionale della Rete dei
Comunisti, e qui termina il mio ruolo di osservatore
internazionale. La nostra organizzazione valuta
positivamente questa vittoria che non è solo di Chavez
ma di tutto il popolo venezuelano e di tutte quelle
forze politiche che hanno appoggiato l’emendamento. Non
è stato solo il PSUV, il partito di maggioranza, ma
anche organizzazioni come il Partito Comunista
Venezuelano che hanno creato le condizioni per un voto
che rivela un aumento della coscienza politica di
classe. La convocazione del referendum sull’emendamento
aveva un carattere fortemente politico. Non era solo una
proposta di Chávez per essere rieletto, come si è detto
in Europa nei settori di destra e socialdemocratici, ma
era una riaffermazione del processo rivoluzionario. Un
processo reale, democratico e che sta rafforzando la
democrazia di classe, la democrazia operaia, popolare.
Questa
vittoria determina alcune affermazioni e un
interrogativo. E’ una vittoria contro l’imperialismo,
contro una destra aggressiva, intrisa di violenza e
connessa in molti casi al paramilitarismo. L’incendio
domenica scorsa del centro studentesco della Scuola di
Lavoro Sociale dell’UCV è solo un esempio tra i tanti di
questa commistione. E’ un atto di intimidazione da parte
della destra, come l’assassinio degli operai della
fabbrica della Mitsubishi da parte teoricamente della
polizia. In questa lotta di classe ci sono infiltrazioni
nell’esercito, nella polizia, da parte di gruppi che
sono vicini a questa destra aggressiva e che utilizzano
la violenza sotto forma di terrorismo contro il
movimento rivoluzionario. Questa vittoria è proprio
contro la destra aggressiva ma anche contro quella
moderata che hanno relazioni strette con gli interessi
stranieri, imperialisti. Il voto popolare per il Si,
che ha toccato quasi il 55%, dimostra una forza grande
ma occorre saperla utilizzare. Per questo salutiamo la
vittoria del Si con grande rispetto ed entusiasmo.
La
vittoria del Si in Venezuela è una vittoria anche per
tutti i movimenti rivoluzionari del continente
latinoamericano. Nell’integrazione latinoamericana che
persegue una caratterizzazione all’interno della idea
del socialismo del XXI secolo, la tradizione del
movimento di classe e comunista internazionale, con i
suoi errori e vittorie, deve essere tenuta in
considerazione come riferimento chiave; bisogna
continuare ad attualizzare il marxismo in questa nuova
situazione senza mai dimenticare il cammino già
percorso. In questo senso ciò che sta accadendo in
America Latina può rappresentare uno stimolo per una
Europa dove la sinistra più che rivoluzionaria è molto
spesso liberale o anche neoliberista.
Durante la festa per la celebrazione della vittoria, il
discorso di Chávez è stato diretto e determinato: ha
evidenziato molti elementi positivi per continuare il
cammino verso il socialismo.
MR: Dopo
il trionfo del si cosa occorre fare per consolidare la
proposta socialista in Venezuela?
LV: Come
rivoluzionario, come comunista amico di questo processo,
segnalo alcuni elementi fondamentali. Primo, questa
vittoria concede maggiore tranquillità, sicurezza. Ora
si può pensare al futuro, sui tempi più lunghi si può
costruire una prospettiva di classe. C’è tempo per
costruire un governo popolare e una organizzazione
popolare. Sono passati già 10 anni dall’inizio delle
grandi conquiste, come le ‘missioni’, la
nazionalizzazione delle fabbriche, ma ora c’è bisogno di
un rafforzamento delle organizzazioni di classe. Il PSUV
deve rafforzarsi in questa direzione. Per adesso siamo
di fronte al tentativo di organizzare un grande partito
che però non è del tutto consolidato in modo omogeneo.
Al suo interno ci sono posizioni differenti. Occorre
rafforzare la lotta al suo interno per costruire un
partito di classe e questo significa condurre la lotta
di classe non solo all’esterno ma anche all’interno
dell’organizzazione contro la burocrazia,
l’opportunismo, la corruzione, perché il PSUV va
trasformato in un partito organizzato della classe
operaia, dei fronti sociali e popolari, all’interno di
una rivoluzione che abbia un carattere
marcatamente socialista.
Il
‘governo popolare’ implica che oltre a conquiste
importantissime che già sono state ottenute grazie a
Chávez e alle forze rivoluzionarie, c’è il punto
fondamentale che è il governo dell’economia popolare.
Senza di esso, a mio modo di vedere, non si potranno
risolvere molti problemi. Bisogna chiedersi: come si
costruiscono le imprese socialiste, i distretti
produttivi socialisti? Come si può diversificare
l’economia ancora in gran parte dipendente dagli
introiti del petrolio e quindi anche dalle oscillazioni
dei prezzi? Si tratta di dare un più diretto indirizzo
sociale alla determinazione delle rendite e nei
profitti per ottenere una giusta e stabile
redistribuzione, non di carattere assistenziale, ma
socialmente produttiva di questa ricchezza, verso il
mondo del lavoro, cioè direttamente ai lavoratori e
alle lavoratrici come detentori dei mezzi di produzione.
Bisogna promuovere all’interno delle fabbriche
l’organizzazione politica di classe, che deve essere
socialmente produttiva ma allo stesso tempo si converte
anche in una nuova cellula ideologica del processo.
Per
fare questo dobbiamo considerare che la crisi
capitalista globale, come l’abbiamo analizzata nella
Rete dei Comunisti, non è una una delle tante crisi
economiche soltanto congiunturali ma una crisi
sistemica. Si tratta di una crisi strutturale del
capitale, che è iniziata negli anni ’70, e riguarda la
finanza, l’ambiente, i diritti umani e civili, ha
caratteristiche alimentari, ambientali e morali. Ciò
significa che è finita l’epoca del capitalismo. Questo
non significa che già domani arriverà il socialismo,
questo non succederà perché ancora la soggettività di
classe rivoluzionaria non è in grado di promuovere un
processo di trasformazione mondiale verso il socialismo,
soprattutto in Europa e nei paesi a capitalismo maturo.
In
America Latina, dove invece sono in corso processi
rivoluzionari, occorre considerare questa crisi
sistemica del capitalismo come una occasione per
iniziare a costruire il socialismo, naturalmente
partendo dai principi storici e da quelli scientifici
senza i quali non potrà esservi una rottura radicale con
il modo di produzione capitalista.
Non si
può dire ‘o tutto o niente’. Non è una logica
dialettica. La trasformazione radicale anticapitalista
deve essere collocata all’interno di una idea strategica
di un rafforzamento del socialismo attraverso la guida
forte dell’organizzazione di classe.
In
una crisi strutturale del capitale, nella quale le
grandi imprese finanziarie non funzionano, nella quale
gli organismi internazionali come il FMI hanno fallito,
nella quale 4 miliardi di persone nel mondo soffrono la
fame, certamente non saranno le imprese private a
investire profitti per una trasformazione socialista
dell’economia. Ad esempio, questa vittoria che
garantisce la continuità del processo, dovrebbe dare
impulso ad un forte processo di socializzazione dei
mezzi di produzione con la nazionalizzazione dei settori
strategici come le banche e le imprese di base.Le banche
nazionalizzate assicurerebbero le risorse per gli
investimenti sociali e la riattivazione della produzione
interna, rafforzando le imprese socialiste, le
cooperative, le imprese sociali; La banca privata non
investirà mai in questi settori.
Le
risorse, non solo il petrolio, il ferro, la bauxite,
ecc, devono essere nazionalizzate non solo per quanto
riguarda la produzione ma anche la distribuzione, perché
altrimenti al popolo i frutti di queste risorse non
arriveranno mai completamente.
MR:
E per quanto riguarda le relazioni internazoinali?
LV: Oggi
ci sono nuove relazioni a livello internazionale. Non
possiamo pensare che l’Europa, ad esempio, non sia
imperialista quando invece lo è. Si tratta di un
imperialismo distinto da quello degli USA ma comunque
simile economicamente e militarmente, e quando vi sono
dei conflitti tra l’UE e gli USA è per ragioni di
competizione globale per quanto riguarda l’egemonia
sulle diverse aree del mondo.
Occorre creare relazioni internazionali con i movimenti
di classe, sindacali, operai, con le organizzazioni che
possono mobilitare le masse a partire da un aumento
della coscienza di classe. E quindi non solo con gli
Stati e i loro governi di tipo socialdemocratico o di
destra. A livello commerciale è positivo rapportarsi a
governi che non sono socialisti ma che comunque sono in
antagonismo con l’imperialismo nordamericano, come la
Russia, l’Iran, la Libia o la Cina. Però le relazioni
commerciali e diplomatiche sono una cosa e
l’internazionalismo proletario un’altra. Il socialismo
venezuelano deve interagire con i reali movimenti di
classe internazionali.
Non si
tratta di critiche, le nostre sono considerazioni per
aumentare la forza di un processo che si vuole
caratterizzare come socialista; cioè parliamo di una
ripresa decisa e determinatadella lotta di classe sia
all’interno che all’esterno.
Ad
esempio le relazioni della Rete dei Comunisti con il
Partito Comunista del Venezuela (PCV), si stanno
rafforzando e per noi è un punto di riferimento
fondamentale così come il Partito Comunista di Cuba
(PCC). Lo stesso succede con altre organizzazioni a
livello internazionale, partiti e movimenti che hanno
un programma e un progetto di classe ma che non
necessariamente hanno una natura comunista. Perché
potremo ottenere cambiamenti radicali concreti solo con
un metodo, che nessun rivoluzionario può tralasciare,
che consideri attentamente tutti i riferimenti
marxisti di carattere economico, come la legge del
valore e il plusvalore, il materialismo storico e
dialettico e la lotta di classe, con una analisi
attenta, della situazione concreta e un forte progetto
strategico euna chiara capacità tattica, .
Rafforzare questo tipo di relazioni è importante, perché
ad esempio ora inviteremo il PCV, il PCC e alcuni
partiti e movimenti di classe della America Latina a un
incontro in Italia, perché la rivoluzione non può
basarsi su una concezione e un sentimento romantico, ma
su processi concreti di trasformazione in chiave
socialista.
Nonostante le contraddizioni, in America Latina si sta
realizzando un forte avanzamento nei processi per il
superamento del sistema capitalista a livello mondiale.
Si tratta di percorsi diversi, ma quelli più
determinanti sono quelli dove chiara è on la
partecipazione e il ruolo centrale della classe
operaia, del movimento sindacale di classe,
dei movimenti indigeni di classe, dei partiti di
sinistra rivoluzionari , e solo così l’America Latina
può e deve diventare un punto di
riferimento fondamentale nella costruzione del
socialismo "del" ma soprattuto "nel" XXI secolo.
Non è
sufficiente la solidarietà internazionale. Questa la può
fare anche una associazione, una fondazione,
contribuendo materialmente nei confronti di un paese che
ha bisogno di aiuto. Occorre la solidarietà
internazionalista di tipo politico: che i movimenti
sociali e rivoluzionari, pensiamo noi della Rete dei
Comunisti, si collochino in una dimensione
internazionale di lotta di classe, come se esistesse
una nuova internazionale ,che non c’è formalmente ma
funziona attraverso queste riunioni,interscambi e
solidarietà nella lotta tra i partiti comunisti e i
movimenti di classe. Senza questo non esiste la
speranza di poter costruire una vero movimento
socialista che riesca ad approfittare della crisi di
sistema del capitalismo con l’obiettivo di trasformare
radicalmente e superare l’attuale ordine internazionale.